Ca-D: il Binomio delle Ossa forti

Il rachitismo è una malattia tipica dell’età infantile caratterizzata da una crescita anomala delle ossa, provocata dalla carenza di calcio, fosforo e vitamina D. Il deficit di vitamina D, comunque, rimane la principale causa della compromissione ossea, ed è legato a carenze nutrizionali, condizioni sociali di povertà e fattori climatici che impediscono un’adeguata esposizione solare. Sebbene il rachitismo sia ormai limitato ai Paesi in via di sviluppo, si verificano ancora dei casi tra le popolazioni occidentali che adottano regimi alimentari privi di carne, pesce e uova come avviene nella dieta vegana.
L’osteoporosi, invece, è una malattia tipica dell’età adulta che, a differenza del rachitismo, si manifesta in tutti i Paesi del mondo. In questo caso, si verifica una riduzione progressiva della matrice ossea che provoca indebolimento e fragilità dello scheletro con conseguente aumento del rischio di fratture.
Mediante l’impiego di un’accurata tecnica strumentale, conosciuta come Mineralometria Ossea Computerizzata (MOC), è possibile controllare nel tempo l’evoluzione della malattia e soppesare i rischi di subire una frattura. Si tratta di un’indagine che utilizza i raggi X per determinare la densità ossea e al termine della scansione, che avviene in maniera rapida ed indolore, i dati vengono inviati al computer che elaborerà i risultati in pochi minuti.

Da queste evidenze è facile comprendere come il calcio e la vitamina D svolgano un ruolo cardine nella prevenzione di gravi patologie ossee. Il Calcio è il minerale più abbondante nel corpo umano. Legandosi al fosforo forma cristalli di idrossiapatite, che costituisce la struttura cristallina delle ossa e dei denti. Tali depositi sono insolubili ma possono essere utilizzati dall’organismo in caso di necessità; ad esempio, quando la calcemia, ossia la concentrazione di calcio nel sangue, si riduce notevolmente. Gli elementi che intervengono nella regolazione della calcemia sono tre: la vitamina D, la calcitonina e il paratormone. La vitamina D regola l’assorbimento di calcio a livello intestinale, la calcitonina ne favorisce la deposizione ossea, mentre il paratormone lo mobilizza dalle ossa aumentando i livelli ematici di calcio. La vitamina D è una vitamina liposolubile, conosciuta anche come calciferolo, presente nell’organismo in due forme: l’ergocalciferolo (Vitamina D2) assunto con il cibo e il colecalciferolo (Vitamina D3) sintentizzato a livello cutaneo in seguito all’esposizione ai raggi solari. Oltre a mantenere le ossa sane e forti stimolando l’assorbimento di calcio e fosforo, la vitamina D è alla base di fondamentali funzioni biologiche, talmente importanti da essere definita “paraormone” poiché è in grado di modulare l’espressione genica a livello cellulare, esercitando la sua attività su organi ed apparati in modo simile ad un ormone. La sua attività è essenziale per stimolare la sintesi di endorfine, dopamina e serotonina, che modulano l’umore, contrastando i fenomeni depressivi. Inoltre, migliora la funzionalità dell’insulina necessaria a metabolizzare gli zuccheri e favorisce la produzione di leptina che attenua lo stimolo della fame ed è coinvolta nella regolazione del metabolismo lipidico e del consumo energetico. Infine, la vitamina D riduce le infiammazioni e previene le infezioni in quanto stimola l’attività del sistema immunitario.
Il fabbisogno giornaliero di vitamina D dipende dall’età e varia da 400 unità al giorno fino ad arrivare a 1000 unità in presenza di fattori di rischio o di uno stato deficitario. Dal momento che la maggior parte della vitamina D deriva dall’esposizione alla luce solare, una carenza di questa vitamina può essere causata da abitudini che impediscono una corretta esposizione solare, come vestirsi troppo coperti, utilizzare alte protezioni solari per lunghi periodi o restare al chiuso per troppe ore. I livelli di vitamina D possono anche diminuire in seguito all’impiego di certi farmaci o all’adottamento di comportamenti poco sani come l’abuso di alcol e il consumo di sostanze stupefacenti.
Una piccola parte del fabbisogno giornaliero deriva anche dall’alimentazione. I cibi comunemente introdotti con la dieta, tuttavia, non rappresentano buone fonti di vitamina D, ma un consumo regolare di quelli che ne sono più ricchi contribuisce a controbilanciare l’insufficiente produzione a livello cutaneo durante i periodi di minore esposizione solare, come accade in inverno, oppure quando non si può trascorrere abbastanza tempo all’aria aperta durante il giorno, come nel caso di malattia o di impegni professionali notturni. Tra gli alimenti che contengono le maggiori quantità di vitamina D si ricordino: tutti i tipi di pesce dei mari del nord ricchi anche di omega-3, le uova, il latte, il burro e i formaggi grassi. La principale fonte vegetale è, invece, rappresentata dai funghi; mentre la frutta e la verdura ne contengono bassi quantitativi e sempre nella sua variante meno biodisponibile. Una volta introdotta con l’alimentazione, la vitamina D viene assorbita a livello intestinale con le stesse modalità dei lipidi: viene quindi emulsionata dalla bile e le micelle formatesi vengono assorbite passivamente negli enterociti e trasportate in circolo attraverso i vasi linfatici mesenterici.

Oggi, nei Paesi occidentali, situazioni di grave carenza di vitamina D sono rari. Tuttavia, deficit relativamente lievi sono abbastanza comuni tra i neonati e gli anziani che spesso escono poco di casa e si espongono di meno al sole; pertanto, in queste categorie risulta spesso necessario ricorre ad una integrazione alimentare a base di calcio e vitamina D. Per questo nel primo anno di vita si somministrano gocce di vitamina D, mentre negli adulti si assumono formulazioni di colecalciferolo in gocce o flaconcini per somministrazione orale oppure in fiale per via intramuscolare.