Test sierologico e tampone naso-faringeo. In cosa si differenziano?

La sierologia è una branca della medicina che studia in laboratorio le reazioni tra antigene e anticorpo. Il test sierologico è, pertanto, un esame che rileva la presenza nel sangue di anticorpi prodotti dal sistema immunitario in riposta ad un antigene, cioè un agente estraneo. In sostanza, con i test sierologici è possibile ottenere informazioni relative al presunto contatto dell’organismo con virus, batteri, tossine o qualunque agente che provochi la formazione di anticorpi.
Quando l’organismo entra in contatto con un antigene produce tre tipi di anticorpi che, in base alla fase dell’infezione, si diversificano in:

  • immunoglobuline IgA, se il corpo ha da poco incontrato l’antigene;
  • immunoglobuline IgM, compaiono nella fase iniziale dell’infezione, cioè entro una settimana dall’inizio dei sintomi, per poi scomparire;
  • immunoglobuline IgG, si concentrano nel sangue qualche settimana dopo la comparsa della sintomatologia e permangono per molto tempo.

La ricerca degli anticorpi può avvenire attraverso test sierologici qualitativi e quantitativi. Quelli qualitativi, per i quali è sufficiente una goccia di sangue capillare, si basano su metodi immunocromatografici rapidi e permettono di stabilire, con una logica positivo/negativo, se una persona ha sviluppato o meno degli anticorpi e quindi se ha contratto o meno l’infezione. I test sierologici quantitativi, invece, sono basati su metodi immunometrici (ELISA, CLIA) che richiedono un prelievo di sangue e uno specifico analizzatore in dotazione alle strutture sanitarie.

Nonostante la buona affidabilità dei test sierologici, la loro precisione non corrisponde al 100% in quanto si possono verificare casi di falsi positivi e falsi negativi. In particolare, i test qualitativi immediati risultano essere meno affidabili dei test quantitativi, i quali presentano una sensibilità e una specificità non inferiore al 90%. Una volta eseguito il test, l’interpretazione dei risultati è piuttosto semplice. Un esito anticorpale positivo indica se la persona è entrata in contatto con l’antigene: se risulta positiva alle IgM significa che l’infezione è recente, mentre se ha sviluppato le IgG ma è negativa alle IgM vuol dire che ha sviluppato l’infezione in passato. La positività al test, tuttavia, non indica necessariamente se è protetta e per quanto tempo lo sarà e se la persona è guarita. Nelle infezioni da COVID-19, i dati finora raccolti mostrano la comparsa degli anticorpi da 5 a 7 giorni dopo l’inizio dei sintomi e si mantengono per un periodo di cui ancora non si conosce la durata. Poiché però il virus viene rilasciato per molto tempo, anche 30-40 giorni, c’è un momento in cui nell’organismo sono presenti sia gli anticorpi che il virus.

Un esito anticorpale negativo, invece può avere molti significati diversi:

  1. la persona non è entrata in contatto con l’antigene;
  2. la persona è stata infettata molto recentemente e non ha ancora sviluppato la risposta anticorpale;
  3. la persona è stata infettata ma la quantità di anticorpi che ha sviluppato è, al momento dell’esecuzione dell’esame, al di sotto dei livelli di rilevazione del test.

La negatività al test in seguito all’assenza di anticorpi, non ancora presenti nel sangue dell’individuo per il ritardo che fisiologicamente connota una risposta immunitaria, non esclude quindi la possibilità di un’infezione precoce o asintomatica e il relativo rischio di contagiosità dell’individuo.

Chiunque può sottoporsi ad un test sierologico per capire, in base alla presenza di anticorpi se è entrato in contatto con un antigene e se ne è rimasti infettato. Se si vuole stabilire però l’acquisizione della memoria immunitaria, allora i test sierologici non saranno in grado di dare una risposta definitiva.
Pertanto, sottoporsi a test sierologico non ha utilità clinica per conoscere il proprio stato rispetto al COVID-19, mentre può servire per studiare il quadro epidemiologico della malattia, ossia per tracciare la diffusione dell’infezione nelle diverse aree geografiche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene infatti che i test sierologici non possono sostituire il tampone naso-faringeo che, ad oggi, rappresenta il miglior metodo diagnostico di COVID-19.

Il tampone nasale consiste in un prelievo semplice e rapido di materiale biologico della rinofaringe finalizzato alla ricerca nel muco di RNA virale. La raccolta del campione viene eseguita inserendo un bastoncino cotonato sterile e flessibile attraverso la narice e prosegue lungo il pavimento della coana nasale, fino a raggiungere il retro della rinofaringe. Una volta in sede, il tampone viene ruotato delicatamente, quindi viene mantenuto in situ per qualche secondo al fine di raccogliere abbondante secreto nasale. Successivamente si estrae il bastoncino dalla narice, il quale verrà inserito in un apposito contenitore sterile. Il tampone viene quindi consegnato immediatamente ad un laboratorio per la ricerca virale diretta con tecniche molecolari.

Si ricorda infine che chi risultasse positivo al test sierologico deve necessariamente sottoporsi al tampone diagnostico.

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